non sarò mai abbastanza nerd
La verità della sofferenza (dukkha)
Che cos’è, monaci, la nobile verità della sofferenza? La nascita è sofferenza, la malattia è sofferenza, la morte è sofferenza. Il dolore, l’afflizione, il rammarico, il dispiacere, la disperazione sono sofferenza. L’unione con ciò che non si ama è sofferenza, la separazione da ciò che è piacevole è sofferenza. Non ottenere ciò che si vuole è sofferenza. In breve, i cinque fattoiri dell’individualità cono sofferenza.-
Il tipo di sofferenza cui si allude è la frustrazione, la delusione,la disillusione che proviamo quando non riusciamo a vivere secondo lenostre attese e le cose non vanno come vorremmo. Buddha non era morbosamente pessimista, e dalla sua personale esperienza di giovane principe sapeve che la vita poteva offrire momenti piacevoli. Ma i tempi felici non durano, questo è il problema. Prima o poi si esauriscono, e ciò che prima sembrava nuovo e pieno di promesse ci viene a noia. In questo senso il termine dukkha assume un significato più astratto e generale, e allude al fatto che la vita può causare insoddisfazione anche quando non presenta situazioni dolorose. In questo e in molto altri contesti il significato di dukkha è più vicino a “insoddisfazione” che a “sofferenza”.
Questa, monaci, è la verità della cessazione della sofferenza. E’ la totale cessazione della bramosia (tanha), uscirne, rinunciarvi, rifiutarla, liberarsebe, porre fine all’attaccamento.
(Buddhismo di Damien Keown)
Mi chiamo Alessandro Fresca, ho 23.232 anni e sono uno studente di Odontoiatria dell'Università di Varese. Questo è il mio blog, sempre in fase di costruzione. Adoro smanettare con il pc e sentirmi tra il geek e il nerd
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Jo ianua
UsingMaggio 19th, 2008 at 11:13 pm
La ricerca dell’illuminato Buddha non dice niente su Dio e non definisce sé stesso come una divinità. Merita rispetto perché si interroga sul senso della sofferenza generata soprattutto dall’insoddisfazione profonda, esistenziale che porta a quella che Kierkegaard chiama morte ontica, che la Chiesa riconduce al peccato originale cioè una ferita profonda nell’anima che ci rende inclini al male, sbilanciati verso tendenze disordinate come un giardino non curato. Insomma, prendendo spunto dal mio quotidiano per una metafora, preferisco pulire ogni giorno la mia movimentatissima casa che vivere nello squallore di un ambiente svuotato di tutto per essere asettico…dal momento che la polvere e le ragnatele arrivano dovunque e bisogna pulire lo stesso!!!
Giorgio Castagno
UsingMaggio 20th, 2008 at 8:46 am
Non desiderare, però resta una buona occasione per liberarsi dai vincoli di questa vita. Non desiderare che cosa? tutto quello che non ci rende davvero felici come persone…poi che sia buddismo, cristianesimo o animismo…bhè a me poco importa